
Non riesco a capire l’onda di indignazione che si è sollevata contro il movimento di Bignasca e le sue pubblicazioni. La nascita di gruppi spontanei per la preservazione della dignità delle vittime del “Mattino” mi lascia perplesso e, non me ne vogliano i promotori, lo reputo poco sensato, sia per quanto riguarda i fini, sia in merito agli strumenti usati per promuoversi.
Per evitare malintesi dico subito che non sono leghista, ma un semplice osservatore – competente però in materia di comunicazione e marketing – che vorrebbe dire la sua.
Se da oltre vent’anni la Lega e le iniziative del Nano sono al centro dell’interesse politico e mediatico, non si può certamente considerarli un fenomeno passeggero. Allo stesso tempo non ci si può nemmeno più permettere di dire che chi vota lega sia ignorante e facilmente manipolabile, vittima del populismo espresso attraverso volgarità e osceni proclami sulle pagine del domenicale di via Monte Boglia.
Semmai è vero il contrario: per decenni la satira (che a me personalmente non è mai piaciuta e non mi ha mai smosso negli intenti) è stata una forma di comunicazione in mano alla sinistra. Efficace e pungente, ha avuto modo di essere un mezzo per trasmettere i suoi messaggi politici, colpendo chi la pensava diversamente e arrivando più facilmente anche al compagno “meno sveglio”.
A destra, prima del Mattino, non c’era nulla di simile. L’intuizione di Bignasca è dunque stata quella di trovare uno strumento altrettanto efficace per, a sua volta, colpire i suoi avversari. Ha dapprima operato su di una nicchia, che poi però si è estesa e ha saputo interessare fasce di popolazione sempre più ampie. D’altronde i risultati delle elezioni sono eloquenti.
Lo ribadisco: cattura l’interesse non ciò che viene comunicato, ma come esso viene comunicato! E la Lega per questo ha saputo cogliere un’opportunità, dal punto di vista della comunicazione, che premia.
E dirò di più: il Mattino non fa altro che trascrivere nei modi e nei termini ciò che si racconterebbero due amici in confidenza. Per secoli l’apparenza ha contato più dei contenuti e questo ha reso la comunicazione politica sterile e retorica, Bignasca non ha fatto altro che rompere con lo schema tradizionale e a riportarlo, con i suoi colori e le sue non-perifrasi, al livello dei discorsi da piazza.
E in questo c’è della brillante e lungimirante strategia di comunicazione. E che piaccia o no, ora – dopo tanti anni di finta compiacenza – è ciò di cui la gente ha bisogno, o che crede di aver bisogno.
Quando mi candidai, ingenuamente diedi retta ai politici navigati e mi convinsi che i mali del Cantone fossero dovuti alla Lega; così l’attaccai pensando che sarebbe stata un’abile mossa per racimolare voti. I risultati a favore del Movimento furono i migliori mai ottenuti fino ad all’ora (con il senno di poi non avrei comunque avuto molte possibilità). Il perché è ovvio: fino ad allora chi votava Lega non lo dichiarava apertamente, ma solo nel segreto dell’urna. Il successo di quelle elezioni ha tuttavia permesso e agevolato l’outing di molti politici e persone comuni, proprio perché si sono finalmente sentiti forti di un’appartenenza politica ormai affermata e riconosciuta, un cavallo vincente. A volte si sbaglia. Capita…
Lo stesso mio errore, all’epoca commesso dal sottoscritto più per compiacere il partito e preso dalla sindrome del candidato e da una ancora immatura visione politica, ora pare sia commesso – con i medesimi erronei presupposti – dai recenti gruppi anti-Lega.
È per questo che diffido dei benpensanti e da chi si professa politically correct. Le tecniche di comunicazione di Bignasca sono efficaci, nate da una forse sanguigna – ma forse nemmeno – strategia a lungo termine, e cercare di adottare le stesse rischia di risultare sia un po’ banale e grottesco, sia controproducente.
Ergersi a difensori della morale a questo punto è peggio che starsene zitti, perché copiare – male – rischia di avvantaggiare ancora di più l’originale.
Ciò che Bignasca con il Mattino ha creato si chiama “brand awarness”, e in questo senso la Lega ha saputo, nel bene o nel male, fare scuola.


